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Exploring Emotions: la forza della fragilità

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Sola

In un letto bianco e morbido
che in realtà mi appare freddo come marmo
e triste come il colore della pece.
Mi hanno aperta,
mi hanno tagliata.
Hanno visto il mio cuore.
Quel cuore che apparteneva ad una bambina adulta e solitaria
matura e al contempo priva di sentimenti ed emozioni
che riscaldano lo spirito.
Vergogna.
Cosa avrebbero pensato quei famigerati angeli bianchi
scoprendomi,
guardando il dolore, la tristezza e l’odio
che covavano dentro me?
“Fra poco ti addormenterai:
conterò fino a cinque.
Uno… due… tre…”
E quel quattro e quel cinque non li sentii mai.
Perché sprofondai in un sonno
di cui mai più avrei osato parlare.
Un sonno profondo
ma privo di sogni.
Asettico.
Come lo fu il risveglio.
Con quei dannati tubi di plastica
infilati nella mia pancia delicata.
E poi lo specchio.
Guardandolo
vedevo riflessa un’immagine,
quella di una bambina sbagliata,
che andava risistemata,
messa a posto,
il cui cuore aveva un forellino
che andava tappato.
Ma quel foro non venne mai chiuso
e fu da quel giorno
che si allargò
e divenne una voragine
che non poteva essere colmata da nulla.
Da nulla.
Così quel nulla divenni io e,
a poco a poco,
sprofondai in una vita
che altro non è che Morte.

Per permettermi di rivivere e scrivere quel momento dovettero passare circa dieci anni, scrissi queste parole a 20 anni. Mi operarono al cuore a 10 anni. Comunicazione interatriale, intervento a cuore aperto. Ospedale Villa Torri, Bologna.
Meno male che il tempo scorre, meno male che vuoi o non vuoi le esperienze si amalgamano alla nostra anima, al nostro spirito e così facendo ci permettono di continuare a vivere. Ma davvero queste esperienze così forti si amalgamano? A volte ho dei seri dubbi al riguardo, come se avessi la sensazione che benché la mia mente pensi “E’ passato ormai”, il mio cuore non sia della stessa opinione, come se conservassi da qualche parte l’immensa paura di essere ancora messa nelle mani di gente che addormenta il mio corpo per aprirlo, risistemarlo, ricucirlo. Lasciandone inevitabili tracce.
Sarebbe bello poter scrivere di quanto questa esperienza mi abbia cambiata, o mi abbia fatto scorgere la bellezza di questa nostra vita così fragile, alla fine. In realtà, la mia verità, è che a differenza di un tempo in cui provavo un solo grandissimo senso di vergogna verso ciò che mi era capitato, visibile in questa cicatrice in mezzo al petto, ora mi è rimasta la sensazione che nella fragilità di ognuno di noi si trovi una grandissima forza. La forza della fragilità.

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Questo lavoro fotografico mi ha arricchito molto come fotografa e come persona. Ho scoperto il grande valore che la fotografia può avere nell’aiuto alle persone, la fotografia come aiuto terapeutico. Con pochi scatti abbiamo fatto un percorso di apertura, di svelamento e di consapevolezza di una ferita profonda. Momenti intensi e delicati che alla fine ti hanno permesso di essere “fiera e conclusa” e di non aver più paura.
Ora, grazie all’esposizione di queste immagini, portiamo la nostra esperienza fuori, nel mondo, e condividiamo il nostro pensiero, ovvero che il cambiamento è possibile, basta solo lasciar andare tutte le nostre resistenze ed essere consapevoli che abbiamo bisogno d’aiuto per rinascere. Grazie.

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